di Assia Djebar
tratto da
Dedica a Assia Djebar
Traduzione Egi Volterrani
© Assia Djebar
© Gruppo Editoriale
Il SAGGIATORE, 2004
di Assia Djebar
tratto da
Dedica a Assia Djebar
Traduzione Egi Volterrani
© Assia Djebar
© Gruppo Editoriale
Il SAGGIATORE, 2004
Figlie, non eredi. O piuttosto, aggirando la legge islamica: diseredate. Che non osino reclamare il dovuto - per decenza, diciamo per amore del silenzio, per...
Da noi, ogni padre esclude le figlie dall'eredità o, più precisamente, dà loro qualche cosa, ma proprio per permettere ai figli o ai fratelli di prendersi tutto. Così agisce ogni padre, anche se ha un cuore buono e non vorrebbe l'oppressione e l'iniquità. Non parla, perché anche lei, la figlia, taccia a sua volta. Su questi silenzi si potrebbero scrivere interi romanzi.
Su queste catene di rinunce si dovrebbero mettere in scena delle rappresentazioni teatrali, ma l'Islam non vuole il teatro, come si sa. O piuttosto, non ce n'è che uno: la liturgia del sangue di Hussein, del suo martirio.
Ma oggi, in terra algerina, chi conosce Hussein? E chi è Yazid, il suo carnefice?
Si potrebbe dire con certezza che l'assassinio di Hussein, il nipote del profeta, era scritto fin da quando era ancora bambino, fin dallo momento stesso in cui la madre sua, Fatima figlia di Mohamed, alzò la voce per protestare. Disse no: che non poteva sopportare di venire diseredata alla morte del padre; di essere brutalmente esclusa dal giardino del padre.
Proclamò il suo rifiuto, improvvisò la rivolta, esplose in versi di sdegno per la codardia dei suoi. Per sei mesi disse no e impose quel no allo sposo, ai cugini e a tutta la sua famiglia... Alla fine, ne morì.
Per non averlo scritto?
Circa cinquant'anni dopo, suo figlio si intestardì a proposito di quell'eredità e s'incamminò per Kerbala. Là giunto, venne percosso, trafitto, fatto a pezzi. Gli assassini si accanirono su di lui perché era l'erede di una donna. Un'eredità che non si poteva esigere e della quale si sarebbe dovuto tacere la perdita...
Fantasticando mi dico, improvvisamente, che per questo motivo il chador nero assume un tale valore simbolico sui capelli delle donne dell'Iran, sciita e febbricitante: perché le ragazze come le donne anziane dimentichino la tentazione di Fatima, perché tacciano la perdita dell'eredità, perché celebrino in tal modo anche la propria spoliazione.
Figlie, ma non eredi; escluse dall'eredità.
Con il Codice del diritto di famiglia (1984), l'Algeria "socialista" rende legale l'esclusione delle donne. Per loro si pone allora la scelta tra sentirsi vittime o volersi rivendicatrici e protestare - sull'esempio di Fatima, per il prezzo che lei ha pagato, prima con la morte precoce, poi con l'assassinio del figlio che, divenuto uomo, reclamava la sua eredità. Che errore!
L'esclusione dall'eredità ha la particolarità che vi cade addosso con il primo tradimento da parte degli uomini: soprattutto quello del padre che è l'unico che dona per amore. Lo sposo o i figli, gli altri donano, talvolta, ma sempre in cambio di... Vi ritrovate dunque diseredate e per decenza, per pudore, per heuchma, che vuole dire per vergogna, lasciate perpetrare l'ingiustizia su di voi. Strano è il pudore, compiacimento del segreto, riservatezza che diventa coazione colpevole.
Non potevate prevederlo, ma sarà poi la vostra spoliazione che trasmetterete, che lascerete in eredità: ovviamente alle vostre figlie. Un lamento delle donne di Gardaia dice: "Aprirò una finestra tra me e mia figlia..." La stessa eredità lascerete ai vostri figli. La legge coranica vi permetteva di cedere loro ciò che vi aveva lasciato vostro padre - con un gioco triangolare che, dopo tutto, favoriva la trasmissione, e ci aggiungeva una componente emotiva...
Per quel primo silenzio, dovuto forse a volontà di ascesi, non sapete più prevedere quale sarà la vostra fine: eccola. Al momento di abbandonare la vita, tenderete ai figli le mani vuote: Oh, occhi della mia anima, ricevete dunque la mia non-eredità!
Quelli dei vostri figli che sono troppo puri per farsi il sangue amaro approfitteranno di codesto non lascito per farne il punto di partenza per la loro avventura... Ma gli altri, la maggioranza, quelli che, in realtà, sono piuttosto i figli del vostro sposo, si rivolteranno contro le sorelle per obbligarle... a rinunciare in loro favore alla trasmissione paterna... E così, l'esclusione primitiva della madre produrrà una nuova spoliazione, subìta e imposta!
Nel mio paese, è questa ormai la sola occasione e il solo motivo di dialogo tra uomini e donne, e si ripercuote nelle perorazioni e nei procedimenti delle corti di giustizia. Per mia incapacità, abbozzo soltanto, a modo mio, il quadro di una tanto grande miseria, origine di violenza camuffata.
E la scrittura in tutto ciò? Quale dev'essere la scrittura della spoliazione? Che si possa, pur continuando a percepire l'afflato dell'ispirazione, forgiare nella parola scritta la nostra collera. Nelle "parole della tribù". Far vibrare la nostra voce.
Quattordici secoli dopo la "Figlia", prima ribelle dell'Islam, bisogna che sappiamo seguirne umilmente le tracce: che sappiamo trovare nella ombra di lei il fuoco della sua eloquenza. L'eloquenza di quella donna che ne fu bruciata per prima.
Ma se non si possiede l'arma del verbo pulsante, della parola fertile, l'acrimonia della parlata antica, il martellamento e il mormorio sordo della rabbia nelle arterie, come non ricadere nella palude dell'accettazione? Come evitare il contagio del silenzio?
Il canto antico certamente serviva alle donne - che fossero cantanti o poetesse, rawiyates o pazze e "possedute" - per dare il ritmo alla loro febbre impotente, alla fierezza offesa. Cantavano a condizione che dimenticassero il corpo, i capelli, gli occhi, il seno, la statura, l'andatura, il movimento puro... La voce sola poteva sussistere, senza lo sguardo. Voci di donne che se ne vanno, che si seppelliscono. Che piangono soprattutto.
Se fossi poetessa, seguendo l'esempio delle più grandi del periodo pre-islamico o dell'antichità islamica, non avrei pianto gli amici uccisi e martirizzati in terra algerina.
II pianto non si scrive. Graffia il corpo. Lo tortura. Nel migliore dei casi, diventa vento, tempesta, ma non un flusso di scrittura. La rabbia, se anche ti serra la gola e annoda la voce, almeno ti fa afferrare le redini delle parole per guidarle subito dove saranno scritte. Non scriverò nessuna deplorazione. La mia scrittura non si è mai fatta carico di un simile retaggio.
Nei dechras laggiù, dove i lamenti convenzionali cantano ancora amori melensi, con fitte note la voce si strazia all'infinito piangendo la separazione.
La mia scrittura non si alimenta di separazione: la colma; non si nutre di esilio: lo nega. Soprattutto, non vuole né desolazione, né consolazione. Malgrado la mancanza di eredi del canto profondo, la mia scrittura invecchia, gratuita. È scrittura del principio.
E nel mio isolamento, posso finalmente percepire la fortuna di non avere eredità.
Se, per scrivere, già ti sei privata della lingua materna, se il il dialetto del paese ti serve solamente per soffrire, oh che non ci si avventuri su fragile barca dove la festa esplode, nell'esplosione altera del dolore.
No. Voi donne singole e sole non direte mai "noi", non vi nasconderete dietro alla Donna. Né al principio, né alla fine, non sarete mai "portavoci". D'altronde, le vostre parole non vi portano lontano, non tendono all'orizzonte delle cantatrici soavi.
No. Voi direte "io" - l'io e il gioco sono soltanto per voi. Canterete, danzerete ed è proprio quello che volete scrivere, anche in piena catastrofe, proprio per via del naufragio,
Con gioia luminosa
Avete scoperto di potere uscire per camminare
Senza subire più attacchi.
"Sarete espulse subito,
Non appena manifesterete le vostre risa, anziché la malinconia.
Appena avrete trovato le parole per dichiarare la sfida,
Verrete lapidate.
Prima ancora di lanciare l'orda, vi avranno scacciate!"
No. In questo dialogo interiore che mi agita ribatterò caparbiamente: No.
Nell'aria miasmatica di Algeri, nei primi anni Ottanta, ho fiutato uno strano odore. Quello di una noia epidemica, di un deserto laggiù, sotto il blu del cielo, empireo spiegato sopra le strade sovrappopolate di uomini che si accalcano, si urtano tra loro... E non c'è più una donna che percorre quelle strade...
Ecco, sono dieci anni o più. Allora, inizialmente, la mia scrittura palpitava al ritmo di un passo che veniva di fuori, nell'esplorazione dei visi, delle nuvole, delle sfumature. Poi, mi sono espulsa da sola.
Non a sassate; senza ostracismo manifesto; nel rifiuto di un quotidiano che si pretende "popolare", e che mi avrebbe limitato e macchiato perfino di fuori, perfino fossi "nuda", cioè senza veli... Voglio dire senza il velo della illusione felice, del desiderio di finzione viva, di continua mobilità: insomma, senza il velo del romanzo.
Ormai, c'è un'eco nel sangue che scorre laggiù,
c'è un programma femminile che dobbiamo scrivere,
che dobbiamo vivere:
scrivere per vivere.
E, nell'astenia della mia lingua d'infanzia e
di retaggio, è invece seminato dalla lingua francese, non trasmessa da
alcuna genealogia
in qualche solitudine
dell'altrove:
di un'altra terra altrove,
dove fare il vuoto.
O fare scorrere il silenzio
e suturare la rottura?
Non scriverò se non nella vita, compreso il vuoto della vita,
nella fuga solitaria che, al suo termine ultimo,
per non rabbrividire, si trasforma in "solidale".
Scrittura di diseredata, per dire ancora il sole.
A mio avviso, la scrittura delle donne del Maghreb è spesso una fuga e comunque una sfida. Forse, nella sua parte più fertile, è anche memoria salvata che brucia e ci sospinge avanti. Come tutte le letterature del Terzo Mondo, discende dalla parola orale. È nella ricerca di questa fonte oscura che dalla parola scritta siamo tentati di abbeverarci al fiume sotterraneo della memoria, troppo spesso occultato, dal quale scaturisce la cultura in divenire. A maggior ragione, questa considerazione vale quando si tratta di donne delle quali la parola solo raramente è riconosciuta, come d'altronde il corpo. Per tutte le donne che sono qui, scrivere ci riconduce a una doppia proibizione, allo stesso tempo dello sguardo e del sapere. Scrivere, per la maggior parte delle mie sorelle, è scontrarsi inevitabilmente con il muro del silenzio e dell'invisibilità. Nello stesso tempo, nasce un'urgenza per via della quale il fatto di scrivere può diventare "scrivere per", cioè un impegno del verbo, una scrittura appassionata e combattiva. È una potenzialità, ma, secondo me, siamo ancora molto lontani da una consapevole iniziativa generale.
Vorrei quindi terminare evocando Maria Zambrano, donna andalusa che fu rifugiata politica oltre Atlantico nel '36, esiliata, per le sue opere politiche e filosofiche; e poi in Svizzera, prima di ritornare e morire a Madrid. Di questa donna che ha affrontato tante battaglie e ha saputo così drammaticamente evocare Antigone agli Inferi, voglio citare questa frase: "Ciecamente la vita continua a generare esseri che chiedono di vedere. Alcuni tra quelli riescono a crearsi le proprie luci senza bruciarsi, né bruciare". Le donne del Maghreb, che scrivono, reclamano di vedere e tutta la loro letteratura non può che iscriversi se non nella ricerca di proprie luci, "senza bruciarsi, né bruciare".
La mia società, algerina, attualmente cieca, è alla ricerca disperata di specchi. Nella sua corsa al suicidio, questa ricerca di luci sarebbe veramente una grazia insperata.