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L’EFFETTO FARFALLA – di LAILA WADIA
Secondo la Teoria del Caos, lo sbattere delle ali di una farfalla in una parte del mondo potrebbe causare delle impercettibili modificazioni nelle condizioni atmosferiche tali da scatenare alla lunga un tornado. Questo viene comunemente definito “effetto farfalla”. La visita della scrittrice indiana ANITA DESAI a Pordenone Dedicafestival 2006 produce tale effetto nella vita di una sua meno fortunata connazionale
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Ero uscita con Fufi per la consueta passeggiata delle cinque. Di solito quando lo porto a fare i bisogni a quell’ora, cammino a passo sostenuto, mani sepolte nelle tasche del capotto, collo ritirato a tartaruga nelle calde pieghe della maglia a collo alto. Di norma Fufi privilegia le ruote delle biciclette, perciò presi come un segno del destino il suo liberarsi nel bel mezzo dei portici del Corso, tra Christofle e Max Mara, proprio sotto ad un manifesto che altrimenti non avrebbe attirato la mia attenzione.
L’affissione pubblicizzava la venuta a Pordenone di una famosa scrittrice indiana per una serie di incontri. Sarebbe stato proiettato un film indiano e le sarebbero state consegnate le chiavi della città. Mentre registrai lo starnuto tipico di Fufi per farmi notare che aveva finito, mille pensieri mi affollavano la mente insieme al fatto che ignoravo che le città avessero delle porte chiuse a chiave. Ma c’erano tante cose che non sapevo ancora anche dopo cinque anni di permanenza a Pordenone a fare la domestica dai Signori Marson. Per un’indiana di origini umili come me, ogni giorno era un’alba nuova nella scuola della vita e avevo tante cose da imparare da tutti – dal panettiere con il suo infinito assortimento di pane a Fufi con i suoi signorili starnuti. L’unica cosa che sapevo per certo era che avevo mal di patria – una nostalgia tale che nessuna confezione di riso basmati o polvere di curry, ora disponibili al supermercato all’angolo, potevano curare. Il mio cuore era una tela vuota e ingiallita che nessun album di fotografie consunte riusciva a colorare, un abisso incolmabile dalle telefonate d’oltre oceano. Come le gocce di rugiada hanno bisogno del sole per brillare, io avevo bisogno di vedere un viso familiare. Un volto dalla madrepatria – accogliente e ambrato come il suolo del mio natio Bihar. Morivo dalla voglia di sentire la dolce melodia di un idioma conosciuto, di scrutare a lungo e profondamente in occhi che custodivano l’anima di casa mia. La Signora Marson, non avrebbe potuto capire. Proprio come io non concepivo come lei potesse spendere quattrocento euro per un maglione. Lei mi riteneva altezzosa perchè non mi importava trascorrere le domeniche pomeriggio in mezzo alle donne fasciate di sari della piccola comunità cingalese che era spuntata in città. Per lei, tutte le persone di pelle scura erano uguali – ci riteneva dei robot – corpi senza cuori, dita non innervate da sentimenti, umanoidi privi di un passato. Una volta sola mi chiese cosa mi avesse spinta – single e trentaquattrenne – in questo angolo del nord-est. E credo fosse solo per accertarsi che non avevo degli scheletri nell’armadio.
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Papà deve sottoporsi ad un intervento d’ernia il prossimo mese e ha dovuto interrompere i lavori nei campi. I futuri suoceri di mia sorella Prema si stanno spazientendo perché non hanno ancora ricevuto l’intera somma della dote e Mamma dice che devo fare del mio meglio per spedire il denaro entro il quindici del mese. Non posso chiedere un giorno di permesso perché mi verrebbe decurtato dallo stipendio. Già così devo rimborsare venti euro al mese alla Signora Marson per il maglione che le ho rovinato mettendolo nella lavatrice.
“Una tarma! Sei peggio di una tarma! Nemmeno quei maledetti insetti avrebbero potuto trasformare il mio prezioso maglione di cashmir in questo stato!” – le sue urla isteriche rimbombano ancora nella mia testa.
Non posso inventarmi la scusa di dover andare dal medico perché ciò vorrebbe dire attirare il mal occhio – già così le mani e le dita mi fanno male dalla mattina alla sera per il freddo.
Non potrei mai raccontarle la verità. Non potrei ammettere di voler mezza giornata libera per andare ad una conferenza letteraria. Riesco a vedere il suo volto che si annuvola di incredulità e poi il successivo scroscio di disprezzo.
“Hai tempo per fare la bella statuina ad una conferenza, ma non per pulire la casa a fondo!”, sbufferebbe, elencandomi i posti più impensabili dove la polvere si potrebbe accumulare.
Lei odia qualsiasi genere di carta stampata. Se trova suo marito seduto a leggere il giornale gli sta addosso finchè non è costretto a rinunciare alla lettura e unirsi a lei a guardare Domenica In o qualcos’altro alla televisione. Io leggo i pochi romanzi che mi sono portata dietro dall’India di nascosto sotto alle coperte la sera.
Dovrò usare Fufi come alibi. Così sarà una mezza bugia. Dirò che ha mal di pancia e lo devo portare dal veterinario. C’è sempre una lunghissima fila dal veterinario perché gli italiani farebbero qualsiasi cosa per i loro amici a quattro zampe. Così non si insospettirà se resterò fuori di casa per un paio d’ore.
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Compro con un osso il silenzio di Fufi che se ne sta buono nella borsa di paglia tutto preso dalla sua passione. Ci sono pochissime sedie libere nella sala. Scivolo in una nell’ultima fila e sbircio tra i boccoli color brandy della signora seduta davanti a me. Intravedo la scrittrice connazionale. Sorride. Il mio cuore comincia a battere più forte. Indossa un sari color rosa confetto, con un cardigan nero sulle spalle. Scommetto che non è di cashmir.
Quindici minuti. Quindici preziosi minuti passano in silenzio e gioco nervosamente con l’orlo dei miei pantaloni. Cinque anni. Sono cinque anni che non indosso un sari. La Signora Marson non vuole. Dice che attirerebbe l’attenzione delle persone che non vogliamo stuzzicare: la finanza oppure quelli dell’ufficio lavoro.
Fufi si sta comportando bene e faccio del mio meglio per imitarlo. Ci sono otto studiosi sul palco. Parlano così velocemente che la mia testa comincia a girare. La scrittrice indiana accanto a loro è un quadro di grazia. Non ha ancora pronunciato una parola, ma ogni tanto pesca il suo nome o il nome di qualche personaggio dei suoi numerosi libri dallo tsunami di informazioni con cui gli studiosi stanno inondando la sala e annuisce. Ad un certo punto uno dei relatori si alza in piedi e si mette a gesticolare come un vigile urbano che dirige il traffico a Bombay. Per me il suo parlare è una linea telefonica intercontinentale disturbata – capisco una parola su tre del suo italiano. Ma percepisco che è rammaricato per il modo in cui gli stranieri vengono trattati in occidente. Sono così commossa che vorrei piangere.
“La letteratura dev’essere per tutti, non solo per l’elite”, tuona, “perché non ci sono degli stranieri tra il pubblico?”.
Scivolo in avanti, più in basso possibile sulla sedia e prego il dio Rama che nessuno mi noti.
Poi prende la parola una professoressa che dice di voler parlare dell’India. Ma quello che racconta è un mistero per me – è come andare al ristorante e chiedere un piatto di spaghetti alle vongole e dover cercare le vongole con una lente d’ingrandimento, direbbe il Signor Marson.
Fufi sta perdendo la pazienza. Le mie dita cominciano a dolermi. Un’ora e mezza sono passate. Quando sarà la volta della scrittrice? Quanto vorrei sentire una delle lingue della mia terra natia. L’inglese, ovviamente lei parlerà in inglese, ma forse ogni tanto ci infilerà dentro dei suoni più antichi.
Finalmente le passano il microfono. E finalmente le mie orecchie si riempiono con tutta la dolcezza dei manghi maturi di piena estate e della fragranza di tiepidi jelebi appena fritti. Parla di casa mia, della mia terra così lontana e al contempo così vicina ad ogni mia terminazione nervosa. Intavola una serie di argomenti: la decolonizzazione, la fine della dominazione culturale occidentale, la parità tra i sessi, l’uguaglianza tra popoli, credi, colori e classi.
Ghirlande di sorrisi addobbano la sala. Visi estasiati che annuiscono la illuminano. Fufi abbaia il suo consenso. Batto le mani finchè diventano rosse come coccinelle e lascio la sala mentre rimbomba ancora di applausi. Esco dall’aula conferenze con la testa alta, o meglio, mi sembra di fluttuare. Sono diventata una farfalla con ali di dignità.
Laila Wadia, narrastorie e insegnante, neo-paroliere, neo-triestina, neo-italiana è una vecchia anima dell’India.
Ha pubblicato: Il Burattinaio e altre storie extra-italiane (Cosmo Iannone 2004), Pecore Nere (AAVV., Laterza 2005), Mondopentola (a cura di, Cosmo Iannone, 2007), Amiche per la pelle (edizioni e/o, 2007).
3 maggio 2010